VOCI RITROVATE
Archeologi italiani del Novecento

Orvieto, 23 Aprile - 8 Novembre 2015 | Museo Archeologico "Claudio Faina"

 

La Mostra

Voci ritrovate. Archeologi italiani del Novecento nasce da uno scavo, ma non nel terreno. Scaturisce infatti da un’indagine condotta nell’Archivio della Fondazione per il Museo “Claudio Faina” che ha consentito la “scoperta” di una serie di nastri registrati che avevano raccolto e conservato la voce di alcuni dei maggiori archeologi e storici italiani del secolo scorso.
Ascoltando i nastri, appositamente recuperati e trasferiti su supporto digitale, si è potuto risalire alle occasioni nelle quali le voci erano state registrate.
Alcune relazioni, seguite dai relativi dibattiti, si riferivano al “I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana”, che si tenne ad Orvieto dal 21 al 24 settembre 1967. Fu un incontro importante per l’archeologia italiana che segnò una svolta nello studio dei secoli a cavallo tra la fine del II e l’inizio del I millennio a.C.

Vi parteciparono personaggi quali – per limitarsi a qualche esempio - Luisa Banti, Giacomo Caputo, che allora era il presidente della Fondazione Faina, Giacomo Devoto, Silvio Ferri, Giulia Fogolari, Filippo Magi, Guido Achille Mansuelli, Mario Moretti, Massimo Pallottino, Renato Peroni, Giovanni Pugliese Carratelli, Ferrante Rittatore Vonwiller. Tra gli studiosi stranieri: Arvid Andrén, Paul Aström, Michel Lejeune, Carl Eric Östenberg  e George Vallet.

Altre registrazioni testimoniavano due conferenze tenute da Michelangelo Cagiano de Azevedo (Notizie sugli scavi nei sotterranei della chiesa di Sant’Andrea in Orvieto) e Mario Bizzarri (Le campagne di scavo nella necropoli di Crocifisso del Tufo e altri rinvenimenti in Orvieto e nel territorio) nell’ambito delle “Giornate in ricordo del centenario della morte di Mauro Faina” (14 - 18 settembre 1968). I due archeologi, al tempo, avevano la direzione delle campagne di scavo che illustrarono.

A qualche anno dopo risalivano altre registrazioni che si riferivano a diversi interventi e al dibattito del convegno “Orvieto etrusca” (9–11 novembre 1975).
 Un’occasione significativa per gli studi etruscologici che vide la partecipazione di una generazione nuova di studiosi accanto ai Maestri consolidati di quegli anni. Per limitarsi sempre a qualche nome: Giovanni Colonna, Giovannangelo Camporeale,  Mauro Cristofani,  Anna Eugenia Feruglio, Francesco Roncalli.

La ricerca di voci è proseguita e – grazie alla disponibilità di Giulio Paolucci, che lo ha conservato – si è riusciti ad ascoltare e quindi a riproporre il nastro con la registrazione della conferenza (Chiusi ed il suo territorio in età etrusca) che Ranuccio Bianchi Bandinelli tenne a Chiusi nel pomeriggio del 29 settembre 1966 nell’ambito del “VI Ciclo biennale di conferenze” promosso dalla Commissione Archeologica di Chiusi. L’intervento fu anche l’occasione per il grande storico dell’arte antica di ricordare l’inizio delle sue ricerche e la preparazione della tesi di laurea discussa proprio sulla città della Valdichiana nel 1923.

Dalla teche della RAI provengono, invece, alcune registrazioni radiofoniche degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. In particolare si ripropone il colloquio tra Girolamo Arnaldi e Giorgio Levi Della Vida, uno dei maggiori orientalisti del suo secolo, sul libro Fantasmi ritrovati di quest’ultimo che, allora, era stato appena pubblicato (Radio Uno, 12 settembre 1966).
La conversazione tra Giovanni Pugliese Carratelli, presidente della Fondazione Faina tra il 1972 e il 1992 e poi coordinatore del suo Comitato Scientifico sino al 2010, e Franca Rovigatti intorno alla ristampa del libro La città antica [La cité antique, prima edizione 1864] di Fustel de Coulanges (Radio Uno, 18 settembre 1972).
Il dialogo intorno al volume L’alba della civiltà europea di Gordon Childe tra Giovanni Pugliese Carratelli e Sabatino Moscati (Radio Uno, 20 novembre 1972). Di quest’ultimo viene riproposta anche un’intervista sulla mostra I Fenici, di cui fu curatore (Venezia, Palazzo Grassi, marzo – novembre 1988), tratta dal documentario ufficiale dell’esposizione.
Dagli archivi della Rai provengono pure tre puntate del programma “Incontri con la scienza” che ebbero come protagonista Paolo Graziosi (I monumenti megalitici, Radio Uno, 30 marzo 1968; I templi preistorici di Malta, Radio Uno, 24 agosto 1968; Le palafitte, Radio Uno, 9 novembre 1968).

Provando a riepilogare le voci ritrovate appartengono a: Luisa Banti (1894-1978), Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), Mario Bizzarri (1914-1969), Michelangelo Cagiano De Azevedo (1912-1981), Giacomo Caputo (1901-1992), Giacomo Devoto (1897-1974), Silvio Ferri (1890-1978), Paolo Graziosi (1907-1988), Giorgio Levi Della Vida (1886-1967), Delia Lollini (1925-2010), Guglielmo Maetzke (1915-2008), Filippo Magi (1905-1986), Luciano Manino (1920-2001), Guido Achille Mansuelli (1916-2001), Sabatino Moscati (1922-1997), Massimo Pallottino (1909-1995), Enrico Paribeni (1911-1993), Renato Peroni (1930-2010), Giovanni Pugliese Carratelli (1911-2010) e Ferrante Rittatore Vonwiller (1919-1976).

Dall’ascolto delle loro voci – divenuto progressivamente sempre più attento e consapevole – scaturiscono riflessioni sul mestiere che avevano scelto; intuizioni rivelatesi attuali ad anni di distanza; problemi di metodo su cui si continua a dibattere; considerazioni che ci interpellano; ironie capaci di suscitare un sorriso (si leggano le considerazioni di Massimo Pallottino sui direttori dei musei, o quelle di Ranuccio Bianchi Bandinelli sugli archeologi); confessioni sull’avventura - per usare una parola cara a Sabatino Moscati - della loro vita professionale.

 

Promemoria per (giovani) archeologi, valido anche per tutti coloro che ritengono il passato essenziale nel presente e viceversa

 Ora voi sapete benissimo che la bontà del ragionamento consiste in questo: di rovesciare le conclusioni quando si rovesciano i dati di partenza. Un ragionamento che dà sempre lo stesso risultato, non è più ragionamento, è un tirare a indovinare. E se vogliamo mettere in prima linea gli indovini, rinunciamo a parlare di scienza e di educazione scientifica.

Ma sono persuaso (senza mostrare con questo lo scetticismo dei vecchi) che il progresso scientifico adesso dev'essere non già accelerato ma rallentato, si deve concentrare tutto nella qualità e non nella quantità.

Se un ricercatore invece di tre lavori ne fa uno solo impiegando tre volte del tempo, perché deve raccogliere punti di vista diversi, questo non è un male, è un bene: anche per una ragione quasi pratica che è quella, per la quale, scrivendo sempre meno, si è sicuri di essere letti. È la grande malinconia di chi scrive oggi che fa tanti sforzi per scrivere saggiamente e si domanda: chi mi leggerà? E quello che legge, naturalmente, non è quello che dà una scorsa o dà un giudizio, magari pertinente; quello che legge - noi dobbiamo intendere - è uno che accetta il dialogo, sa le regole del giuoco e sa rispondere di sì, oppure di no. Se noi non ci abituiamo a rientrare nel dialogo, state certi che i torrenti di produzione scientifica rimangono carta da macero e, contro le apparenze, non favoriscono il progresso scientifico.

Significa che ci occupiamo di qualche cosa che sta a sé e che impone alluomo di studi la qualità che si va facendo così rara in questa età di specializzazione patologica: la qualità di chi con animo imparziale riflette su quello che sa da molto tempo e su quello che si è forzato di sapere, magari recentemente, unicamente per questo scopo di guardare le cose e giudicarle in un orizzonte globale, e cioè concretamente.

Giacomo Devoto, La protostoria, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

I fatti debbono precedere la sintesi, ma non la escludono.

Joze Kastelic, Conservatorismo e nuove correnti nell'arte degli Illiri e dei Veneti, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Resta poi sempre ferma la grande verità delle fonti storiche, ma resta sempre più vasta la necessità di rendersi conto del materiale con tutti gli inconvenienti che possono sorgere da un eccessivo tecnicismo; inconvenienti che possono benissimo superarsi; basta avere un senso del limite.

Ma l'osservazione del Prof. Pugliese Carratelli è questa: "Tutto è storia". Sul che io concordo benissimo: perché anche le posizioni della preistoria sono storiche.

Ti debbo dire che la erudizione locale, talune volte è basata su fondamenti molto seri, altre volte è proprio un divagare da dilettanti, che fa perdere la testa.

Giacomo Caputo, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Lo studioso ha bisogno di non avere diaframmi; lo studioso non può chiedere - come accade nella stragrande maggioranza dei musei italiani e scusatemi, anche dei musei stranieri - non può chiedere di vedere un certo materiale rivolgendosi al Direttore. Il Direttore, già, non c'è sempre; e quando il Direttore c'è, è un guaio peggiore, perché, specialmente se è persona amica, accompagna lo studioso visitatore, per illustrargli non solo quel tal materiale nascosto, ma tutto il museo; e, quindi, gli fa perdere il poco tempo a disposizione.

Con certi musei modernissimi, a carattere "suggestivo", paradiso delle féeries degli architetti, si sta rasentando la follia.

Massimo Pallottino, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Dobbiamo sempre diffidare di appoggiare una nostra teoria su argomenti che non sono decisivi.

George Vallet, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

La verità si farà avanti!

Giacomo Caputo, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Io chiedo scusa, perché ho voluto leggere per fare più presto. Ma quando leggo di solito, non mi faccio capire.

Guido Achille Mansuelli, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Un fenomeno assai preoccupante dei nostri giorni è il crescente divorzio tra la tecnica di scavo e gli altri momenti dell'indagine archeologica, quasi che quella dello scavatore fosse destinata a diventare un'attività scientifica a sé stante. Accade così sempre più spesso di dover dissentire dall'interpretazione - proposta dallo stesso scavatore - di scavi tecnicamente impeccabili.

Renato Peroni, Per una revisione critica per la stratigrafia di Luni sul Mignone e della sua interpretazione, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

 

Penso che soltanto dal confronto delle posizioni superate e dagli errori di informazione possiamo valutare la natura e la consistenza delle posizioni nostre e le nostre eventuali debolezze e lacune metodologiche.

Col positivismo dovette sembrare che la nostra storia dell’antichità diventasse una scienza esatta. Cambiò il concetto di “verità”: la verità storica cessò di essere la verità creduta e trasmessa dagli antichi stessi; al suo posto apparve quella che sembrò l’unica ammissibile, la verità ricostruita con mezzi e logica moderni: la ricostruzione storica dell’antico diventa principalmente “metodo”.

E naturalmente la religione è il fattore più importante; non esiste nessun atto privato o pubblico o internazionale di tutti indistintamente i popoli antichi, che non sia guidato, spinto o moderato, dalla religione, intesa naturalmente come deve essere intesa: come norma di vita, e non come cerimonia esteriore di culti. La religione nella vita degli antichi è come il colore nella rappresentazione artistica primitiva: è “vita”.

È chiaro che la religione degli antichi noi non la possiamo convivere, ma ricostruire come un qualsiasi fatto psichico, sì: ed è necessario farlo, se si vogliono capire gli uomini di cui studiamo le vicende. Sotto questo riguardo l’archeologia può andare anche al di là dei testi: come tutti sanno, gli unici documenti del passato che noi possiamo ancora trovare intatti sono le necropoli; orbene, io penso che - tanto per fare una cifra - almeno l’ottanta per cento delle preoccupazioni religiose si aggiri sulla vita, sulla morte, e sulla ulteriore augurabile vita degli uomini; e solo le necropoli racchiudono nel loro grembo questo angoscioso segreto.

La glottologia che interessa, o interesserà direttamente il ricostruttore dell’antico è la glottologia “storica”: quella glottologia che voglia e possa - ma si può tutto ciò che si vuole - estendere la sua visione valutativa all’indietro, popolo per popolo e millennio per millennio.

Insomma, non possiamo legiferare col “poi”, senza conoscere il “prima”; il “prima”, nella più contenuta delle ipotesi, servirà sempre per condizionare ed inquadrare il “poi”.

Silvio Ferri, Antiche teorie sulla protostoria d’Italia nel confronto delle esigenze odierne, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

La volontà di lavorare coscienziosamente nel proprio settore, portando materiale alla costruzione, ma disinteressandosi del materiale altrui, non basta. Lo scavatore, l’esperto di stratigrafie e di ceramiche, è portato spesso a dire: “Ecco il mio contributo: quanto al resto, vedetevela voi!”. Questo atteggiamento è fondamentalmente difettoso e nocivo. Occorre che ogni specialista compia lo sforzo di superare, se non altro psicologicamente, i confini della propria preparazione, per comprendere, studiare e valutare i risultati dei settori convergenti, partecipando ad un lavoro ricostruttivo comune.

E questo ci porta ad un’altra interessante meditazione metodologica. Più volte nei giorni trascorsi ho accennato, parlando ai colleghi, al mio antico e costante assillo: che bisogna assolutamente astenerci dal tentare vaste ricostruzioni storiche o pseudostoriche sui dati archeologici in nostro possesso, che sono ancora, checché si pensi, troppo pochi. Mentre i nostri padri credevano di avere già tutto in mano, noi ci accorgiamo che c’è ancora moltissimo che ignoriamo e non avvertiamo; e se già i nostri occhi avevano visto materialmente alcune di queste novità, i nostri cervelli critici non le avevano percepite.

Il solo apporto radicale, organico che dà forma ad un popolo è tutto sommato quello della lingua. Sono convinto ora che il vero problema dell’origine degli Etruschi è il problema dell’origine della lingua etrusca.

Massimo Pallottino, da AA.VV., Atti del I Simposio Internazionale di Protostoria Italiana, Roma 1969

Quarantacinque anni fa un giovane di belle speranze percorreva per molte settimane la collina attorno a Chiusi in compagnia di un vecchio “scavino”. Poi, quel giovane abbandonò le ricerche topografiche ed etruscologiche per seguire prevalentemente i suoi interessi storico artistici nel campo dell’antichità e anche altri interessi nel campo della vita attuale. Oggi vecchio e in procinto di ammainare pacatamente la vela della sua barchetta egli sta innanzi a voi per parlare quarantacinque anni dopo di “Chiusi e il suo territorio in età etrusca”.

Io, sempre più allergico alle conferenze, sia che debba subirle sia che debba essere attivo interlocutore, confesso, proprio per tutte queste ragioni che ho accennato, di avere ceduto oltre che al piacere di ritrovarmi in questo ambiente, alla curiosità di riprendere in mano quella mia vecchia memoria accademica, intitolata Clusium, che fu pubblicata nel 1925, per vedere di fare il punto oggi sui problemi allora intravisti e poi anche perché come dice il proverbio “Del primo amore non ci si scorda mai” e quindi si ritorna volentieri ai vecchi studi e agli inizi di questi studi.

Belverde è il più grande stanziamento umano risalente all’età del bronzo che sia stato scoperto nell'Italia centrale e che è qui a due passi da Chiusi, una scoperta che venne fatta nel 1928 dall’Avvocato Calzoni di Perugia, uno di quegli archeologi non-archeologi che a volte sono molto più attivi e molto più appassionati e più coraggiosi forse anche degli archeologi professionisti.

Certamente questo studio specialmente del periodo protostorico avrebbe dovuto essere, sarebbe stato probabilmente centro di una ricerca intensa se purtroppo la ricerca archeologica in Italia non fosse ancora così casuale come in fondo è e se fosse un po’ meno individualistica di quella che è, ma evidentemente la pianificazione non piace da noi nemmeno in questo campo.

Di questo Re bisognerà parlare un momento, anche se non ne sappiamo nulla, nulla di sicuro intendo dire, ma il fantasma di questo Re Porsenna aleggia su Chiusi, ha sempre aleggiato su Chiusi.

Gli archeologi purtroppo godono sempre dei grandi disastri, dove c’è stato un grande terremoto, un incendio, una devastazione, un Vesuvio che copre tutta la città di ceneri e lapilli, allora l’archeologo sta bene perché trova tutto intatto, ma dove la città, la vita ha continuato l’archeologo non trova più nulla o ben poco.

Ad ogni modo è una questione sulla quale possiamo ancora seguitare a discutere tra noi, perché secondo la definizione di uno scrittore francese: “un archeologo è un signore che pensa diversamente da quell’altro archeologo”. Questa è la definizione perfetta dell’archeologo.

Soffermiamoci un breve momento a riflettere sul perché noi facciamo queste ricerche. In fondo perché queste ricerche archeologiche, queste indagini su un lontano passato hanno per noi tanto fascino e ci inducono a dedicarci anche la vita. È proprio perché non abbiamo niente di meglio da fare o c’è qualcosa di più serio, di più profondo? Io credo che si debba distinguere come quasi sempre nella vita tra due impulsi: uno irrazionale e l’altro razionale. Quello irrazionale è quella specie di tendenza, di curiosità che ci spinge verso tutto ciò che è oscuro, che è primitivo, c’è anche il romanticismo dell’emozione, della scoperta, ma credo che questi impulsi perché si arrivi a qualche cosa di veramente serio e utile debbano invece essere superati e disciplinati da un impulso razionale che è quello di ricercare la storia come comprensione del nostro essere su questa terra, quella che ci dà la coscienza di esistere, la coscienza appunto delle lontane origini, delle lontane connessioni, del perché oggi siamo così piuttosto che in un altro modo, del perché e del come noi abbiamo un certo peso sulla terra e ci rendiamo conto di essere i protagonisti delle nostre vicende. Credo che questo sia uno dei fascini maggiori dell’archeologia e questo lo dico per togliere il sospetto che effettivamente noi archeologi non facciamo altro che discutere tra noi e in fondo divertirci a fare delle cose delle quali in un mondo meccanizzato come quello attuale, volto addirittura a conquiste extra-terrene, si potrebbe fare anche a meno.

Io credo che invece l’archeologia abbia una sua ragione di essere proprio perché è uno degli elementi e uno degli studi che possono servire a darci la coscienza di noi stessi, di quello che noi siamo, qui nel nostro paese, in questo luogo e in questo tempo.

Ranuccio Bianchi Bandinelli, Chiusi e il suo territorio in età etrusca, da Grandi archeologi del Novecento. Ricerche tra Preistoria e Medioevo nell’Agro Chiusino, a cura di A. Minetti e G. Paolucci, 2010.

 

Leone Caetani significa per me la mia giovinezza di studioso, significa per me il ricordo di un tempo molto felice nel quale non dovevo fingere di insegnare agli altri quello che non so, ma soltanto d’imparare quello che forse non ho imparato completamente bene.

Giorgio Levi Della Vida, dal colloquio tra Girolamo Arnaldi e Giorgio Levi Della Vida sul suo libro Fantasmi ritrovati (Radio Uno, 12 settembre 1966).

 

Una norma quando si scava è quella che quando parla il piccone, tace l’archeologo.

Michelangelo Cagiano De Azevedo, da Notizie sugli scavi nei sotterranei della chiesa di Sant’Andrea in Orvieto. Giornate nel centenario della morte di Mauro Faina (Orvieto, 14-18 settembre 1968)

Ecco, dunque, il momento della testimonianza. Non un’autobiografia, perché di essa l’avventura archeologica sarebbe solo una parte; ma una rievocazione, alla distanza di tempo ormai sufficiente alla sintesi, al giudizio. Ciò, soprattutto, per il dovere di rendere un memore omaggio ai miei compagni di avventura, in gran parte scomparsi. Furono scienziati insigni, uomini generosi; e sento con commozione che è giusto questo tributo.
Non nascondo la speranza che la rievocazione sia utile alle generazioni più giovani. Non tutti conoscono le circostanze della nostra avventura: eppure a essa molto debbono, perché quell’avventura - con i suoi meriti, con i suoi difetti - ha modificato almeno in parte il mondo degli studi in cui vivono. Senza di essa, quel mondo non sarebbe così: talune discipline accademiche neppure esisterebbero.

Si parla spesso, nel mondo degli studi, di trasmettere un’eredità, o come si dice una “fiaccola”, alle più giovani generazioni; e in parte è vero, anzi è inevitabile. Ma nella concezione delle imprese, nella realizzazione delle scoperte, nell’elaborazione dei risultati e nel giudizio che ne consegue v’è una componente ineliminabile di solitudine, la coscienza di un cammino che non si potrà ripetere. Per questo, quando finisce la gioia dell’avventura, non resta che la malinconia della testimonianza.

Il cammino della scienza non ha termine, ma le sue fasi sì.

Sabatino Moscati da Un giorno a Gerusalemme..., 1996

Questa esperienza più ampia e varia, questa presa di contatto con gli uomini e con la natura ben oltre i limiti dell’attività archeologica, hanno un rilievo non certo minore, anzi sovente maggiore per il pubblico non specialista. E se indubbiamente permane l’ottica dell’archeologo che scruta genti e paesi, essa viene decisamente superata (o conglobata) nell’interesse generale a comprendere il mondo che ci sta d’intorno, specie quello più ignorato o dimenticato. Allora i caratteri del paesaggio, le costumanze locali, i sentimenti degli uomini vengono in piena luce: è insomma, la millenaria arte del viaggio, che mi ha affascinato non meno della scoperta del passato.

Personalmente, mi rendo conto di appartenere più al vecchio mondo che al nuovo, per ragioni di età e soprattutto di sentimenti. Per questo ho voluto percorrere il mio ultimo itinerario nelle vie di Tunisi cercando uno a uno i vecchi amici di un tempo: il venditore di seggioline impagliate all’angolo del Café de Paris, il ragazzo coi gelsomini dinnanzi al Ristorante Baghdad, l’intagliatore di cammelli e palme nel mercato del rame… Li ho cercati, li ho trovati, li ho salutati con commozione. E sapevo, anzi sapevamo, che non ci saremmo rivisti mai più.

Sabatino Moscati da La via del sole. Avventure archeologiche tra Oriente e Occidente, 1981

 

Guardiamo alla nostra storia dall’altra parte del Mediterraneo

Sabatino Moscati da I Fenici (regia di Peppino Abbati, Filmgo srl), documentario sulla omonima mostra (Venezia, Palazzo Grassi, marzo – novembre 1988)

 

Io ho ancora una visione romantica dell’archeologia e mi rimane dentro amaro e pungente il fascino dello scavo aperto e delle rovine “in situ”. I musei “vivi” mi piacciono, non questi ordinati cimiteri dei quali siamo i diligenti becchini. L’oggetto “catturato” e messo dietro il vetro mi dà una profonda malinconia e un vago senso di colpa

Mario Bizzarri da una lettera a Carlo Poglayen, Firenze, 10 ottobre 1950

 

Ideazione, cura e redazione testi
Giuseppe M. Della Fina

Progetto grafico
Lamberto Bizzarri | studio bunker&bunker

Traduzione
Erika Pauli Bizzarri, Yasmin Diaz Mendias

Digitalizzazione dei supporti magnetici
Marco Santopietro

Collaborazione all’allestimento
Vittorio Cucchiarini, Giancarlo Beritognolo, Patrizia Lazzarini, Maria Luisa Manfredi, Cristina  Martini

La mostra è stata realizzata dalla Fondazione per il Museo “Claudio Faina”
con il patrocinio di Rai Radio 3